I confini sono un prerequisito per la compassione e l’empatia.
Non possiamo connetterci con qualcuno a meno che non siamo chiari su dove noi finiamo e dove gli altri iniziano.
Se non c’è autonomia tra le persone, allora non c’è compassione o empatia, ma solo invischiamento.

L’empatia e la compassione sono qualità fondamentali per costruire relazioni sane e significative, ma spesso trascuriamo un aspetto essenziale, che ha il reale potere di renderle autentiche: i confini.
Ci ho messo moltissimi anni per capirlo e ho dovuto fare tanti percorsi di crescita personale e spirituale, per comprendere che quella Persefone dentro di me, la brava bambina, che anche se esausta non riusciva a mettere confini necessari, non era portatrice di un’empatia sana.
Se tu che stai leggendo ti ritrovi in queste parole, ho una buona notizia: se ce l’ho fatta io, possono davvero farcela tutti!
(e se credi che io, essendoci passata, sia la guida che possa aiutarti, potremmo farlo insieme in Inner Goddess o potresti iniziare a farti aiutare dalla Dea Atena, dalla Dea Durga e dalla Dea Tara, che puoi approfondire in Goddess Revolution).
La verità è che, senza confini sani, le relazioni non prosperano: si creano risentimenti, delusioni e violazioni.
La capacità di stabilire confini, quindi, non è solo una questione di protezione, ma una garanzia di autenticità e connessione genuina nei rapporti.
Prima di proseguire, ti chiedo di rileggere la citazione di Brené Brown di apertura, che adoro particolarmente.
Bene, ora sei pronta a cambiare il tuo mindset e iniziare a pensare ai confini non come a qualcosa di rigido e “scortese”, ma come a uno strumento necessario per garantire che le tue relazioni siano più autentiche e rispettose?
Se sì, puoi proseguire.
La perdita della nostra identità: il risultato di confini non definiti
Nella nostra società, soprattutto noi donne, attraverso l’idealizzazione dell’empatia, abbiamo imparato a compiacere le persone, a tendere verso la perfezione e a non stabilire limiti per noi stessi. Questo ci ha portato alla perdita della nostra identità personale, dignità e autonomia. “Non c’è maggiore agonia che portare dentro di sé una storia non raccontata,” scrive Maya Angelou, e spesso la nostra storia non raccontata è quella del nostro bisogno di confini, che rimangono invisibili e non riconosciuti, perché il nostro orientamento è sempre stato verso l’altro, perché ci hanno detto che per essere “brave bambine”, “brave madri”, “brave donne”, così doveva essere.
Non so se è la tua, ma sicuramente questa è la storia che ogni Persefone e Demetra porta dentro di sé.
Cosa sono realmente i confini?
Mi ricordo una lezione di progettazione urbanistica che feci all’università, in cui si parlava della differenza tra “bordi” e “confini”, che per sfruttare la laurea nel cassetto, mi sento di riprendere qui in un ambito completamente diverso.
Se “i bordi” sono qualcosa di malleabile, che varia nel tempo e secondo fattori contingenti, “i confini” sono più definiti e saldi.
I confini personali sono relativi ai nostri valori profondi, perciò sono anche una bussola per la nostra identità.
I confini, come i desideri, ci chiedono di interrompere il nostro orientamento verso “l’altro” e guardarci “dentro”, per chiederci realmente cosa vogliamo e prendere quindi una posizione, portando in superficie la nostra vera personalità.
Questo richiede una dose di assertività che, ahimé, è spesso confusa con aggressività.
Se quindi non sei in grado di mettere confini, non stai realmente mostrando chi sei, cosa desideri e cosa non desideri.
Come può una relazione essere autentica se tu non mostri una parte (così importante) di te?
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Empatia vs. Invischiamento
Quando non stabiliamo confini chiari, rischiamo di cadere nella trappola dell’invischiamento emotivo. Questo fenomeno accade quando ci identifichiamo così tanto con il dolore dell’altro che perdiamo la capacità di mantenerci separati, di riconoscere che ognuno ha la propria esperienza e che possiamo sostenere qualcuno senza dover diventare quello che sta vivendo.
Ovvero: la vera empatia non implica “fondersi” con l’altro, ma comprenderlo e accogliere le sue emozioni senza che esse diventino nostre.
Questo diventa ancora più evidente nelle relazioni strette, come i rapporti di coppia o con i propri figli.
Magari il partner sta vivendo un momento difficile e tu senti la tentazione di entrare nel suo stato d’animo e farlo tuo.
Tuttavia, senza confini chiari, questo atteggiamento può portarti a esaurirci, confondendo le emozioni reciproche.
Se anche tu vieni trascinata nel buio in cui la persona che vuoi aiutare sta vivendo, come puoi offrirle un aiuto che sia davvero utile e sano?
La compassione autentica
La vera compassione nasce dalla consapevolezza della separazione tra sé e l’altro.
Ovvero, quando siamo in grado di offrire supporto senza essere sopraffatti dalle emozioni altrui, riconoscendo che, pur volendo alleviare il dolore, non possiamo “vivere” il dolore dell’altro al posto suo. Il confine diventa così una linea che ci consente di mantenere il nostro equilibrio, mentre ci permettiamo di essere presenti e accoglienti nei confronti di chi soffre.
Lavorando con le mie clienti nei percorsi 1:1 ho notato come spesso il non saper porre confini sani sia dovuto al fatto di non avere abbastanza autostima e quindi vivere un complesso di inferiorità nei confronti dell’altro, in cui si vuole innescare, più o meno consapevolmente, “un bisogno”.
Come se “dire sempre di sì”, fosse un debito di gratitudine che l’altro contrae con noi, rendendoci così indispensabili e impedendo a lui di slegarsi da noi.
Questa però non è compassione, non è empatia e nemmeno amore.
Se esercitiamo una compassione autentica, portiamo “con qualcuno” il suo dolore quando lo prova, perché lui possa passarvi attraverso e poi volare finalmente via libero e sereno.
Spero di essere riuscita a raccontarti perché per me i confini non sono un ostacolo, ma piuttosto un ponte per una connessione ed un’empatia più sana e profonda. Come abbiamo visto, è fondamentale sapere dove finiamo noi e dove inizia l’altro, affinché le nostre relazioni siano autentiche, rispettose e non invadenti. La consapevolezza dei propri confini permette di creare uno spazio sicuro per se stessi e per gli altri, dove la vulnerabilità può esprimersi senza paura di perdere l’autonomia.
In questo modo, la compassione non diventa un onere, un ricatto emotivo o una virtù solo di facciata, ma una pratica che si radica in un rispetto reciproco, dove ognuno può essere se stesso senza paura di “scomparire” nell’altro.
Gli archetipi delle Dee con cui lavorare per ristabilire confini personali e sviluppare una sana compassione ed empatia
Se credi che questo argomento sia interessante e sentissi la necessità di svilupparlo ulteriormente, ti consiglio di approfondire scaricando la mia guida ed esercitarti anche con gli esercizi di journaling che vi troverai all’interno e di connetterti e lavorare con la Dea Atena per il tema dei confini personali e con la Dea Tara per la compassione ed empatia.
Per qualsiasi domanda o approfondimento scrivimi pure!
Spero che questo post ti sia stato utile.
Un abbraccio,
Giulia





