Le case possono parlare
se qualcuno ha tempo e voglia
di starle ad ascoltare.
Naturalmente
bisogna fare
la domanda giusta.
Allora aprono il rubinetto.
da “Le case parlanti”, Gianni Rodari
Lo scorso Agosto è venuta a mancare “Palma”, la moglie di mio nonno.
Era la cosa più vicina ad una nonna materna che abbia mai avuto, eppure la cosa più lontana da una nonna.
Così il 2025 è stato l’anno in cui ho svuotato più credenze (fisiche e mentali) che mai.
Oltre alla casa che ci ha visto trasformarci da coppia a famiglia, stiamo svuotando quella di Palma, aiutando a traslocare i miei suoceri e ho iniziato un restyling dello studio.
Se dovessi trovare un simbolo per sintetizzare questo ultimo anno sarebbe uno scatolone.
Palma e mio nonno vivevano in un appartamento minuscolo al quinto piano di un palazzo circondato da cemento, in cui purtroppo ho dovuto passare molto tempo di quell’età tra l’infanzia e l’adolescenza.
Me lo ricordo da sempre stracolmo di cose.
Così pieno che, ogni volta che entravo, sentivo che per me non c’era spazio.
Per questo cercavo di occuparne meno possibile.
Il mio cuore lì stava sempre in esilio.
Spesso chiudevo gli occhi e tornavo a qualche anno prima: dai miei nonni paterni.
Lì stavo fuori in cortile, mi perdevo sola nei campi, passavo ore e ore nell’orto, cadevo in bicicletta, facevo tana, rifugi e fortini.
Era una casa vecchia, scarna, ma grande, con più letti che abitanti.
Per anni è stata la mia casa e da allora lo è stata per sempre.
Sul quarto gradino di quelle scale ho vissuto alcuni dei più meravigliosi e terribili momenti della mia vita.
Se chiudo gli occhi sento l’odore delle pettole, che dall’inizio dei secoli, l’8 di Dicembre venivano appoggiate in un cestino vecchio sotto la foto di un ragazzo, che non invecchierà mai.
So di quella casa tanti segreti.
Come di un difetto dell’intonaco, con cui puoi giocare come fosse una nuvola.
So dove, da sempre, sono nascoste le chiavi di riserva, per entrare anche se non le hai.
Non visito quella casa da 5 anni, eppure mi sembrano secoli.
L’ultima volta che ho aperto la porta, mi ricordo che mi ha avvolto la devastazione.
L’ho vista decrepita, sporca, come se tutto, senza coloro che per me l’avevano resa casa, si stesse sgretolando.
Esattamente come in Mood Indigo di Michel Gondry la casa è un essere vivente, che soffre, è felice, si ammala e forse può guarire (o far ammalare) anche chi vi abita.
Avevo vent’anni quando su un pullman che attraversava l’Italia sono andata a cercare le mie radici, perché ero stanca di stare di vivere come un’anima deportata.
Da lì ho sparpagliato un po’ il cuore per il mondo e ad oggi ci sono tanti i luoghi che posso chiamare casa.
Alcuni non li visito da troppo e mi chiedo se quando vi tornerò troverò le chiavi di riserva o non mi faranno entrare.
Di anni ora ne ho 37 e sono cambiata io, ma mio marito direbbe che non è cambiata la mia ossessione per le case.
Faremo finta di non credergli, perché mi imbarazza ancora troppo vedere come davvero è stato da sempre il centro dei miei pensieri, moto d’azione, nodo karmico e rottura di scatole.
Quasi vent’anni fa credo di aver scelto architettura, solo perché fino ad allora non mi ero mai sentita a casa e pensavo che avere gli strumenti mentali per costruirne una mi avrebbe aiutata.
Non è stato così.
Oggi ho compreso realmente nel mio corpo che casa è l’amore.
Me lo disse la prima volta una Pizia a cui chiesi delucidazioni sull’argomento e ricordo come mi fece brutalmente incazzare quella risposta.
Io cercavo mattoni e direzioni, lei mi diede sentimenti e ripensamenti.
Ora, a distanza di anni, se infilo la mano nei riccioli di Gaia Aura, guardo gli occhi intensi di Nina Luna, mi permetto di crollare tra le braccia di Simone, sento il peso del corpo di Anthea sui miei piedi, so che aveva ragione, ma non glielo dirò mai, perché in fondo sono sempre una donna Leone e non darò mai ad una Pizia la sua soddisfazione.
È sempre per questo motivo, che vorrei sottolineare che mio marito ha torto e che ora ho fatto della mia ossessione una passione.
Del resto ho sempre preso una laurea in architettura e interior design e la deformazione professionale ormai me la devo tenere.
Sicuramente vorrei una casa in ogni angolo di mondo in cui sono sparse le persone che amo, perché considero ancora troppo crudele questa distanza geografica del cuore.
Nel frattempo che ancora non ho trovato il modo di abitare dislocata in 7 stati diversi contemporaneamente, imparo a rendere santuario la mia casa (che sembra banale, ma se hai due figlie, un cane e un marito è in realtà un’impresa epica), mi godo lo sguardo di chi entra nel mio studio e fa “wow” (non per come è arredato, ma per l’energia che emana) e continuo la ricerca di un luogo non che mi appartenga, ma a cui appartenere.
Per tutto questo ringrazio sempre la Dea Estia ❤️ mentre per avermi aiutata a trasformare la ferita dell’esilio nel mio potere di far sentire abitati gli altri ringrazio la Dea Inanna.
Se sei riuscita ad arrivare fin qui grazie per aver letto e aspetto sempre con gioia le tue condivisioni.
Un abbraccio sincero!
Giulia