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*l’incipit di questo post è liberamente ispirato da “Se una notte di inverno un viaggiatore” di Italo Calvino, la cui anima spero possa perdonarmi un giorno.

Stai per cominciare a leggere l’ultimo post di Giui, ma il primo di una serie di nuovi post che verrano scritti qui.
Rilassati. Raccogliti. Sdraiati. Raggomitolati.
Coricati: sulla schiena, sul fianco, sulla pancia. Sul divano dal nome scandinavo incomprensibile, sui seggiolini della metro, che tanto non hai paura dei germi, in posizione del loto per dimostrare l’utilità del tuo abbonamento annuale a yoga. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia andare, come ti hanno insegnato al corso di mindfulness, chiudi gli occhi e fingi di essere invisibile, come facevi a scuola durante le interrogazioni di matematica.
Lascia che il mondo che ti circondi sfumi nell’indistinto.
La porta è meglio chiuderla, di là c’è sempre una massa indistinta di persone con una massa indistinta di devices accesi che con la loro luce disturbano la quiete buia e silenziosa in cui ti sei rintanato per leggere il post, sul tuo telefono, con la luminosità al minimo, regolata perché non ti stanchi la vista.
Cerca di prevedere ora tutto ciò che può evitare di interrompere la tua lettura. Devi fare pipì? vai. Devi scendere alla fermata perché stavi leggendo in metro? rassegnati ad arrivare al capolinea.

 

Non che t’aspetti qualcosa di particolare da questo post, eppure.
Ci sono tanti, più giovani di te o meno giovani, che non vivono più in attesa d’esperienze straordinarie; dai libri, dalle newsletter che intasano la mail, dalle persone, dai viaggi, dagli avvenimenti, dalle 38 notifiche di watsapp del gruppo “gara di scacchi del mercoledì sera”, da quello che il domani tiene in serbo.
Tu si, invece. Tu vuoi godere del pericoloso ma altrettanto seducente piacere dell’aspettativa e per questo ti dico, se questo post non risponderà al tuo desiderio, tu continua a dare fiducia alle parole ed alle immagini, perché quando meno te lo aspetti, ti farà visita Signora Poesia.
Così è successo a me, che sono come te.
Non so se “mi segui” da sempre o se mi hai appena incontrata [se così fosse e stai ancora leggendo, te ne sono grata], ma è giusto che specifichi che con “me” intendo Giui.

 

Giui che sta scrivendo è la somma di tutte le Giui che l’hanno preceduta, così come se questo luogo virtuale esiste è perché 7 anni fa è nato www.giuisnotanartist.com.
La mia prima casa online era nata per dar voce alle sperimentazioni di una poco più che ventitreenne artista in erba.
La prima grande opera, che allora non avrei mai definito tale, che ha ospitato il sito di allora era il cavallo salvasogni.
Qui a fianco una vecchissima, forse un po’ imbarazzante, ma alquanto tenera, testimonianza fotografica.

 

il cavallo salvasogni
il cavallo salvasogni di Giui is not an artist

 

Il Cavallo Salvasogni

Un cavallo di pezza in dimensione pony reale, progettato e costruito dalla sottoscritta, caratterizzato da una tasca in cui chiunque poteva infilare il proprio sogno, sotto forma di un biglietto scritto a mano.
Un custode di sogni, un demiurgo della fantasia, che avrebbe innescato inconsapevolmente un processo di domande che mi tortura da una vita:

 

Si può rimanere ingenui ma acquisire consapevolezza?
si può crescere mantenendo la spensieratezza dei bambini?
si può diventare uomini d’azione rimanendo sognatori?

 

Ai posteri l’ardua sentenza, ma allora il cavallo Salvasogni ebbe un successo davvero inaspettato, tanto che si moltiplicò in 3 esemplari e lo portai in mostra su e giù per l’Italia, a dimostrazione che forse adulti con bisogno di sognare ve ne sono più di quanti pensiamo.
Un prototipo lo ho ancora, e tutt’oggi custodisce i sogni degli sconosciuti che si sono confidati al cavallo. Se li leggi in una notte con le stelle a favore potresti rispondere con fermezza SI alle tre domande poco sopra.

 

Perché è vero che quando sogniamo torniamo bambini ed i nostri sogni hanno la purezza dell’infanzia.

 

Dopo il cavallo ci furono tante altre piccole opere, tante università, di cui ne completai solo due, tante professioni e tanti sogni che morirono ed altri che nacquero, tanti incipit e poche finali insomma, ma una sola immensa trasformazione, che oggi per la prima volta mi ha portato ad uno spazio online che si chiama con il mio nome.

L’importanza di chiamarmi Giui ed il far dell’ordinario una poesia

Può sembrare cosa da poco, ma per colui che, un po’ per capriccio surrealista, un po’ per insicurezza cronica, si è sempre definito con una negazione, determinare “CHI È” invece di “COSA NON È” è un grande atto di coraggio.

 

Se è vero che continuiamo a trasformarci, vi sono  capisaldi che tessono l’orditura della nostra anima.
Come lo è stato il cavallo Salvasogni 6 anni fa, oggi, lo è questo sito, ma in particolare il video che ho realizzato, visibile in home e che riporto qui.

Cosa hanno in comune queste opere di tipologia così diversa?
Sono imperfetti, ingenui, ma autentici.
Sono stati fatti da me per me, il fatto che ne fruiscano gli altri è secondario.
Saranno miei, per sempre miei per sempre.

 

Anche se produrrò opere simili di livello tecnico superiore a questa, non potrei mai rinnegarla, come si fa invece che con le produzioni artistiche che non incontrano più il nostro gusto estetico.
Perché vi è un senso viscerale che lega questi esperimenti creativi a me e la mia storia.
Il senso estetico cambia, ma la nostra storia ormai l’abbiamo scritta.

 

Questo è il giorno in cui ho avuto il coraggio di chiamarmi Giui, scoprendo che mi interessa più ciò che sono, che quello che non sono.
Questo è il giorno in cui ti chiedo di fare appello a tutti i sogni che ti eri prefissato di librare in aria leggeri ed hai lasciato chiusi in un cassetto.
Butta via quelli che non ti calzano più, spazzando via ogni senso di colpa e soffia via la polvere di nostalgia da quelli che dopo anni fanno ancora per te.
Ricomincia ad aspettarti dalla vita il piacere del desiderio.

“Accadde a quell’età, la poesia venne a cercarmi…”

comincia così una delle mie poesie preferite di Neruda, sappi che può succedere, e ri-succedere ancora ad ogni età, ma se lei non viene a cercarti sei tu che devi metterti in cammino e questo forse vuol dire crescere, diventando uomini d’azione ma rimanendo sognatori.

 

Ti auguro una buona giornata,
spero che questo luogo, che finalmente mi rispecchia anche nel nome ti piaccia, sarò felice di leggere ogni tuo parere.

 

Buona giornata,

Giui

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